Tema di una studentessa che ha partecipato al “Viaggio della Memoria 2009”
…una pace futura potrà essere veramente tale solo se prima sarà sta trovata da ognuno in se stesso, se ogni uomo si sarà liberato dall’odio contro il prossimo, di qualunque razza o popolo, se avrà superato quest’odio e l’avrà trasformato in qualcosa di diverso, forse alla lunga in amore, se non è chiedere troppo.
E’ l’unica soluzione possibile. E così potrei continuare per pagine e pagine… quel pezzetto d’eternità che ci portiamo dentro può essere espresso in una parola come in dieci volumoni. Sono una persona felice e lodo questa vita, la lodo proprio, nell’anno del Signore 1942, l’ennesimo anno di guerra” Etty Hillesum (Middelburg 1914 Auschwitz 1943)
Ho ripensato molto al mio viaggio in Polonia una volta tornata a casa. Ho pensato a quanto questa esperienza dovrebbe essere vissuta da tutti. Un viaggio che lascia qualcosa dentro, qualcosa di difficile da spiegare. Certe cose si sentono dentro e basta.
Il territorio polacco è estremamente diverso da quello italiano: a pochi minuti dall’arrivo alla stazione di Oswiecim ( conosciuta con il nome tedesco di Auschwitz), al di là del finestrino del treno scorreva veloce una pianura fangosa, avvolta dalla nebbia. Gli alberi, esili e molto alti, sembravano senza vita. Una casa isolata qua e là, con finestre e porte chiuse e luci spente, era l’unica cosa che faceva presupporre la presenza umana in quel luogo. Per tutto il viaggio ho avuto l’impressione che da quel terreno fangoso, da quegli alberi morti, da quella nebbia fastidiosa, da quelle case isolate, traspirasse una tristezza profonda, uno sconforto rassegnato. Sentivo qualcosa di strano, come se quel posto, ogni minimo dettaglio di quel luogo, mi urlasse sottovoce quello che aveva visto e sentito nel suo terribile passato… sembrava che ogni albero, ogni zolla di terra, ci accogliesse con un pianto silenzioso.
Il clima era freddo, ma non esageratamente… il pullman ci ha portato al Campo di Birkenau. Da fuori, filo spinato ovunque. Era l’unica cosa che appena arrivata riuscivo a vedere, la nebbia era troppo fitta. Eravamo tanti, tantissimi giovani a stringere tra le mani una piccola fiaccola, uno sfavillio di piccole fiammelle perse lungo una processione lunghissima di persone. L’entrata di Birkenau non porta nessuna scritta. E’ un arco, un semplice arco che si apre in mezzo ad una lunga costruzione rossiccia. Le rotaie del treno vi passano attraverso. Una volta entrati, abbiamo percorso un interminabile viale rettilineo, per qualche centinaio di metri. Una processione silenziosa, smorzata ogni tanto da un “oh mio Dio” di qualcuno che non era riuscito a trattenersi. Lungo tutto il viale, sulla destra, ci accompagnavano le rotaie di un treno rugginoso..mi immaginavo il sinistro cigolio che aveva percorso quel luogo chissà quante migliaia di volte, freddo e addormentato sui lamenti di chi vi stava già morendo dentro. Arrivati alla fine del viale, sempre alla nostra destra, la fine. Le rotaie si spezzavano. Un taglio netto, che non lasciava speranza. Era chiaro che, chi vi entrava, non ne sarebbe più uscito. Le rotaie nere che finiscono. Una fine proprio nel centro nel campo, spezzata, interrotta, che non ammette alternative. Lì finiscono, non continuano. Non c’è una seconda strada, un’alternativa. Finiscono lì. Proprio come la vita di quelle persone. Un’analogia azzeccata. Perfetta. Sembra fatta apposta. E chissà, magari era fatta apposta, non mi meraviglierei se fosse così. Nelle menti perverse di quei mostri, ci sarebbe stato spazio anche per questi squallidi giochini si somiglianze. Una rosa rossa, piantata, non so quando (forse in occasione del viaggio) in mezzo alle rotaie proprio là dove finiscono, aumentava la suggestività di quel momento. Mi sono voltata verso l’entrata, che ci eravamo lasciati alle spalle camminando: quell’immagine, l’avevo vista chissà quante volte sui libri che trattano di questo argomento. Un brivido mi ha percosso. Una sensazione stranissima. C’ero io e altri 500 giovani lì dentro… avevamo camminato dove avevano camminato loro, avevamo calpestato la stessa terra, respirato la stessa aria, i nostri occhi vedevano quello che avevano visto loro…
Ogni ragazzo era chiamato a leggere un nome ad un microfono, il nome di un ebreo o di una ebrea uccisi nel campo… solo un nome, veloce, uno dietro l’altro. Tutto molto suggestivo… poi una cerimonia ai piedi di un monumento costruito agli ebrei, dopo la fine della guerra… tante iscrizioni per terra, un rabbino ha letto una preghiera in ebraico, l’inno d’Italia.
Mi sono guardata intorno e sono rimasta impressionata dal fatto che non vedevo la fine del campo, i confini. Vedevo solo filo spinato e tantissime baracche allineate, costruite tutte nello stesso modo. Era enorme, 175 ettari di terreno. La guida ci disse che prima di costruire il campo, Himler, il futuro comandante di Auschwitz-Birkenau, visitò quella sconfinata pianura erbosa, e dopo aver riflettuto un attimo, fece cenno con la mano indicando il vasto territorio e disse che sarebbe stato perfetto: quel luogo doveva ospitare 100.000 persone.
Abbiamo visitato anche le baracche, dove passavano la notte gli internati: squallide costruzioni di cemento, senza vetri alle finestre, con all’interno ristretti scompartimenti in legno in cui avrebbero dovuto dormire ammassati gli uni sugli altri, al freddo e in mezzo alle malattie di ogni genere. Ai lavori forzati per ore ed ore, a spaccare i sassi, senza poter neanche alzare la testa, altrimenti te la facevano saltare in aria, anche quando faceva freddo, quel freddo polacco… si bagnavano, ma non potevano asciugarsi… poi a dormire nelle baracche… la divisa a strisce fradicia, che si congelava addosso… e i bagni da pulire a mani nude. C’erano un aria e un silenzio pesanti dentro quella baracca, li sentivo addosso. Ad un certo punto si è alzato un vento fortissimo e gelido… lo stesso che 70 anni prima aveva spazzato via il fumo e la cenere, via lontano, chissà dove. Una cenere e un fumo che hanno bloccato il mondo fino ad oggi e per sempre, che hanno reso l’uomo, per la prima volta nella storia dell’umanità, incapace di comprendere.
Il giorno seguente l’Ingresso ad Auschwitz è stato ancora più agghiacciante. Quella scritta “arbeit macht frei” (il lavoro rende liberi) fatta di ferro, di un ferro nero, proprio come l’anima di chi l’ha costruita e di chi gli ha obbedito. La stessa sensazione provata a Birkenau l’ho provata passando attraverso quel cancello, sotto quella scritta. Un brivido, gli occhi gonfi. Anche lì un viale lungo, ai lati baracche grandi, alte, tante finestre, una piccola porta con sopra il numero del block in cui erano state suddivise. Il block 11, con le prigioni sotterranee è stato terribile. In una cella, un crocifisso inciso da qualcuno, che aveva riposto tutte le sue speranze, tutte le sue ultime forze in un Cristo troppo assente dentro quella realtà. Poi una punizione atroce, un divertimento per le SS… una cella di 90 centimetri per 90, chiusa, murata dalle fondamenta al soffitto, una piccola porta in basso. Dovevano entrarci in quattro, e stare lì tutta la notte,in piedi, senza aria e senza luce. Per tutta la notte, per chissà quante notti. Lì, peggio delle bestie. Peggio degli oggetti.
… “Allora per la prima volta ci siamo accorti che la nostra lingua manca di parole per esprimere questa offesa, la demolizione di un uomo. La realtà ci si è rivelata: siamo arrivati al fondo. Più giù di così non si poteva andare: condizione umana più misera non c’è, e non è pensabile. Nulla più è nostro: ci hanno tolto gli abiti, le scarpe e anche i capelli; se parleremo non ci ascolteranno, e se ci ascoltassero non ci capirebbero. Ci toglieranno anche il nome: e se vorremmo conservarlo, dovremmo trovare in noi la forza di farlo, di far sì che dietro al nome, qualcosa di noi, di noi quali eravamo, rimanga (…). Ma consideri ognuno, quanto valore, quanto significato è racchiuso anche nelle nostre più piccole abitudini quotidiane, nei cento oggetti nostri, che il più umile mendicante possiede: un fazzoletto, una vecchia lettera, la fotografia di una persona cara. Queste cose sono parte di noi, quasi come membra del nostro corpo; né è pensabile di venirne privati (…). Sarà un uomo vuoto, ridotto a sofferenza e bisogno, poiché accade facilmente, a chi ha perso tutto, di perdere se stesso(…).” Primo Levi Se questo è un uomo.
Ad Auschwitz hanno allestito un museo. Vi sono teche enormi contenenti capelli, scarpe, spazzole, occhiali, pentole, valigie… tutte cose personali che chi finiva lì dentro,non solo subiva il trauma e l’umiliazione di vedersele strappare di mano, ma non le avrebbe riviste mai più.
Ecco. Vorrei far immedesimare tutti,in questo momento,nella situazione. Pensiamo a quanto per noi sia preziosa una foto di un nostro amico o amica, quell’amica con cui abbiamo condiviso tutto e dalla quale non vorremmo staccarci mai. Oppure la foto della nostra famiglia, di un nostro fratello o sorella… Poi arriva qualcuno e ci impone di consegnargliela, noi non vogliamo, e lui ci minaccia. Poi ce la toglie con forza dalle mani. Oppure la stessa cosa con l’anello che ci ha regalato il fidanzato o la fidanzata. Ma dico: che umiliazione è?? Con quale diritto vieni e cancelli, strappi via, distruggi quell’amore che mi circonda il dito? Con quale diritto vieni e mi togli di mano quel viso allegro e amico che mi sorride in quella foto? Gli oggetti hanno un significato e un valore affettivo, personale, profondo, intimo, che ci conferisce identità. Tolto quello, ci tolgono pezzi di vita, fino a non sentirci più nessuno. Una foto, una spazzola, una valigia… sono la nostra storia, erano la loro storia.
Questo viaggio in Polonia rimarrà sempre dentro di me, per le cose che ho visto e sentito, e per il pensiero che conseguentemente a tutto ciò si è creato nella mia mente. qualcosa dentro di me, dopo questa forte esperienza, è mutato. Una parte profonda e cosciente di me, ha visitato quei luoghi e ne ha tratto uno zampillante significato, che cercherò come meglio posso di tramandare, soprattutto ai miei coetanei, a tutti i giovani che mi circondano, che su questo argomento molte volte socchiudono gli occhi, superficiali. A volte per disgusto, a volte per pigrizia. Di fronte a quelle immagini danno giudizi veloci, scontati, ripetuti mille volte da tutti, come se confrontandosi con quelle immagini l’unica cosa da dire sia sempre la stessa… che poi la sostanza è quella… è vero, vedere le immagini di donne, uomini, BAMBINI ridotti a pezzi di ossa senza carne, il volto scavato, gli occhi stanchi, la schiena piegata in senso di resa… una resa fisica, ma anche e soprattutto mentale, provoca disgusto, certo, ma dobbiamo andare al di là di quel semplice senso di schifo. A volte noto nel tono in cui viene espresso tale giudizio da alcuni giovani, una specie di rassegnazione, come se quasi stessero guardando un film di fantascienza in bianco e nero, un film, una semplice messa in scena da qualche perverso regista… molti giovani prendono le distanze da tutto questo, cercano di scacciare quelle immagini dalla mente, cercano di non pensare… si piegano sotto un’accettazione silenziosa, priva di qualsiasi senso critico, priva di qualsiasi tentativo volontario di guardare oltre quello schifo, di domandarsi, di riflettere. La shoah non è solo qualcosa di atroce accaduto 70 anni fa. La shoah è una tragedia umana immane che ha influenzato il destino del mondo, un mondo che non si riprenderà mai più, che non potrà dimenticare, un mondo che non deve permettere MAI PIU’ il ritorno di una crudeltà così esasperata e paranoica. Molti giovani comunque si interrogano e vanno a fondoï ed è proprio da loro che il messaggio sospirato da quel silenzio del campo, esalato da quel filo spinato, nascosto dentro quelle baracche, sentito addosso da quella nebbia fastidiosa, deve vagare e posarsi su tutti noi. L’umanità intera deve saper aprire gli occhi, invece di scansare la storia voltandogli le spalle. Perché come dice Primo Levi “Ogni uomo civile è tenuto a sapere che Aushwitz è esistito, e che cosa vi è stato perpetrato: se comprendere è impossibile, conoscere è necessario“.
Mi viene in mente ciò che Maria Rudolf e le due sorelle Bucci (le sopravvissute ad Auschwitz che erano all’incontro con i giovani in Polonia in occasione del treno della memoria) ci dissero: “ragazzi, pensate con la vostra testa”. Ecco. Io credo che sia proprio questo il punto. I mali più grandi nella storia dell’umanità sono nati proprio dall’accettazione passiva a qualsivoglia comando, o pensiero, o discorso, o volontà altrui. Proprio da questo silenzio acconsenziente dei deboli che non sanno tirare fuori un loro autonomo punto di vista. Da coloro che piegano la testa sotto le imposizioni di qualcun altro e fanno come gli viene detto, per paura di dire NO, quella cosa è sbagliata, io la penso in un altro modo. Ragazzi, rifuggiamo da questo comportamento, sviluppiamo un senso critico di fronte alle cose del mondo, sempre. Smettiamo di accettare le cose senza domandarci perché lo stiamo facendo. Andiamo a fondo, analizziamo, selezioniamo le informazioni, distinguiamo il bene dal male, facciamoci le nostre opinioni sulla realtà che ci circonda, senza avere paura! Perché è proprio dalla nostra capacità di decidere che si sviluppa il nostro futuro! Se vogliamo che la nostra vita non si autodistrugga, plasmiamola con le nostre volontà più sane… pensiamo secondo quello che è il nostro reale pensiero, e non facciamoci abbindolare da chi parla e crede di poterci persuadere. E’ dall’omologazione e il conformismo delle masse che sono scaturiti i disastri! L’annullamento di qualsiasi voce critica, l’esaltazione sistematica e iperbolica dell’operato di un uomo sono meccanismi che portano ai più terribili eccessi delle dittature. Hitler non avrebbe mai avuto il poter di generare un disastro così immane se accanto a lui milioni di persone incapaci di pensare con la loro testa, di condannare criticamente la sua visione, di opporsi al suo progetto, non lo avessero sostenuto e osannato come un Dio.
Dunque, iniziamo a dire “forse ti stai sbagliando”, se pensiamo che sia così. Fortunatamente oggi, diversamente da allora, abbiamo il diritto e la libertà di esprimerci, di sviluppare, se vogliamo, un pensiero opposto a quello degli altri. Visto che, almeno l’occidente, è riuscito a conquistare questo diritto, sfruttiamolo fino in fondo, e impediamo che cose del genere si ripetano un’altra volta a causa dei nostri errori. Opponiamoci alla violenza e alla stupidità sostituendole con l’amore e l’intelligenza… in fondo, l’uomo è ciò che sceglie di essere. Pensiamoci.
Arianna Mazza, studentessa della classe VB del Liceo delle Scienze sociali di Arcidosso – Grosseto