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Le persecuzioni antiebraiche a Firenze


Testo di Marta Baiardi tratto dall'inserto a cura della Regione Toscana "Il giorno della memoria 2002-2009" in Speciale La Nazione del 25 Aprile 2009


A Firenze, la "persecuzione delle vite" degli ebrei durò undici mesi, a partire da quella mattina dell'11 settembre 1943 in cui i tedeschi occuparono la città. La caccia all'uomo che si scatenò da allora portò alla deportazione di centinaia di persone. Di trecentoundici di loro si conosce l'identità. Solo in quindici tornarono indietro, otto donne e sette uomini. Ventisette erano i bambini, fra loro nessun superstite. La più piccola si chiamava Fiorella Calò ed era figlia di una famiglia povera di venditori ambulanti, sfollati e catturati tutti al Ferrone. Fiorella Calò era nata il 1 settembre 1943. Quando fu "arrestata" insieme con tutta la sua famiglia, il 24 gennaio 1944 da italiani, aveva dunque soltanto poco più di quattro mesi.
Ma di molti altri, soprattutto ebrei stranieri, si è persa ogni traccia, e sarà molto difficile ricostruire un elenco davvero completo. Queste le vittime.
Ma chi erano i persecutori?
A Firenze, come altrove, gli esecutori della soluzione finale furono molti. Innanzitutto gli occupanti tedeschi in azione fin da subito. Poi il Reparto Servizi Speciali della 92 legione della GNR, meglio noto come la "Banda Carità", che alla guerra contro la Resistenza organizzata affiancò un notevole impegno anche nella caccia agli ebrei, se pur meno conosciuto.
Ma il protagonista più significativo e caratteristico delle persecuzioni antiebraiche fiorentine fu senza dubbio l'Ufficio Affari Ebraici, un organo della prefettura repubblicana. Le persecuzioni antiebraiche ebbero notevole importanza nel territorio del capoluogo toscano e l'impegno delle istituzioni della RSI in questa direzione fu intenso e continuativo in quegli undici mesi di governo. Dalla fine di dicembre 1943, l'Ufficio affari ebraici ebbe sede al numero 26 della centralissima via Cavour. Oggi c'è il Consiglio regionale toscano, allora era una proprietà requisita all'avvocato ebreo Bettino Errera. Di quell'antico proprietario sopravvive una minuscola targa sul campanello del primo piano. L'Ufficio affari ebraici operò a Firenze su larga scala e con poteri assai ampi: si occupò di razzie patrimoniali ma anche di arresti, realizzando un efficace controllo capillare sul territorio. Seppe "lavorare" ai fini di un'efficace sinergia tanto con la "Banda Carità" quanto con la questura di Firenze, fino ad essere in grado di coordinare tutta l'attività persecutoria coniugando la violenza di carnefici senza scrupoli, incaricati della parte sporca del lavoro, torture comprese, e un gran lavorio burocratico, necessario alle diverse fasi della persecuzione. L'Ufficio redigeva liste di ebrei ricercati, verbali di confisca e di arresto. Gestiva inoltre una rete piccola ma micidiale di delatori per condurre proprie indagini sui latitanti e i loro beni.
Inoltre era l'Ufficio a tenere la contabilità dei beni incassati e i rapporti con le banche e con gli altri uffici interessati ai sequestri patrimoniali, non senza appropriazioni indebite di denaro e di beni. A capo dell'Ufficio affari ebraici era Giovanni Martelloni, un avventuriero trentottenne, volontario reduce dall'Albania, amico di Carità e di Manganiello, il capo della Provincia della RSI. Proprio attraverso l'antisemitismo Martelloni divenne una figura di spicco della RSI fiorentina, distinguendosi sia per le sue disquisizioni estremistiche che per le pratiche persecutorie. Nel dopoguerra ci fu un processo contro le malversazioni di Martelloni e della sua "banda" ma si concluse in un nulla di fatto: i principali imputati di arresti, malversazioni e violenze, furono tutti amnistiati. Finì amnistiato anche Martelloni, che essendo stato sempre latitante, riuscì a non fare neppure un giorno di galera.


Data ultimo aggiornamento 26/11/2012
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