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Lo sciopero generale del marzo 1944 e la deportazione da Prato e provincia
Lo sciopero generale del marzo 1944: considerazioni generali
Testo di Camilla Brunelli
Decine di migliaia di cittadini italiani, uomini e donne arrestati dopo l'8 settembre 1943 per motivi politici e razziali, finirono nell'ingranaggio della macchina della morte delle SS naziste. Ricordiamo la tragedia delle persecuzioni, della deportazione e dell'atroce fine nei campi di sterminio nazisti di intere famiglie di ebrei italiani. Vi è poi la vicenda dei deportati politici, antifascisti, partigiani e operai, questi ultimi arrestati e deportati dopo lo sciopero generale del marzo 1944, finiti nei campi di concentramento (KL o KZ) nazisti.
L'astensione generale dal lavoro dei primi di marzo del 1944, organizzata dal Comitato di Liberazione Nazionale nell'Alta Italia e nelle zone centrali, di dimensioni impressionanti per le condizioni in cui si svolse in piena occupazione nazista, non si pose soltanto l'obiettivo di ottenere migliori condizioni economiche per la classe operaia ma anche (e soprattutto) di portare avanti con decisione la lotta contro il nazifascismo e l'occupazione tedesca. Lo sciopero rappresentò la prima opposizione esplicita di massa al fascismo. Senz'altro importante fu il riuscito coinvolgimento del CLN, cioè di tutte le forze antifasciste. I risultati generali dello sciopero sono stimati da alcune fonti sui 500.000 aderenti. Gli organizzatori parlarono di un milione, le autorità nazifasciste di ca. 200.000.
Le reazioni dei nazisti e dei fascisti repubblicani furono di sconcerto e furore. Le condizioni di difficoltà in cui oggettivamente le forze occupanti si trovarono erano tali da dover rinunciare a eseguire l'ordine di Hitler di deportazione del 20% degli scioperanti. Alla fine, i costi umani furono tuttavia elevati anche grazie alla complicità e fattiva collaborazione della milizia fascista e di una parte dei dirigenti d'azienda: si parla di migliaia di operai arrestati e deportati, a Torino, Milano, Sesto San Giovanni, Savona, La Spezia, Firenze, Empoli, Prato e molti altri centri urbani e province.
Lo sciopero del marzo 1944 in Toscana
In Toscana, per motivi organizzativi, lo sciopero cominciò il 3-4 anziché il 1° di marzo. Le parole d'ordine furono: pane, pace, lavoro e libertà. Accanto agli operai di molte fabbriche fiorentine, si scioperò a Empoli e nei comuni vicini (soprattutto gli operai delle vetrerie), Abbadia San Salvatore (i minatori), a Cavriglia, nel Pistoiese, nel Pisano, a Livorno e Piombino, a Santa Croce sull'Arno (le concerie), nel Mugello e, soprattutto, a Prato con la sua diffusa industria tessile.
A Prato l'astensione dal lavoro (anche come sciopero bianco) fu organizzata, come altrove, in collaborazione con i partigiani in modo capillare, e colse di sorpresa le autorità fasciste e tedesche per la sua compattezza. E' conservato un fonogramma inviato dal commissario prefettizio della città Tomaso Fracassini al Presidente della Provincia di Firenze Manganiello nel quale si annunciavano "rastrellamenti di elementi sovversivi" da parte delle autorità fasciste "nonché successivi provvedimenti". E' facile intuire che con tali "provvedimenti" si intendevano la consegna degli arrestati alle SS e le successive deportazioni.
La repressione: i rastrellamenti, i centri di raccolta, il ‘trasporto' dell'8 marzo ‘44
In tutta la Toscana la repressione a seguito dello sciopero generale fu dura: i rastrellamenti furono indiscriminati, si arrestarono gli operai che avevano scioperato, ma anche quelli che non avevano scioperato, nonché impiegati, professionisti e perfino ignari passanti.
A Prato, il giorno 7 marzo, subito dopo un violentissimo bombardamento alleato, cominciò la "caccia all'uomo", come la definì lo stesso Fracassini. Operai che tornavano o andavano a lavorare, ma anche passanti e curiosi furono fermati da apposite squadre di fascisti, con l'aiuto anche dei Carabinieri inglobati nella Guardia nazionale repubblicana, e portati per raccolta al Castello dell'Imperatore, sede della GNR. I rastrellamenti durarono tutto il pomeriggio e la sera del 7 marzo.
La mattina dell'8, quando il numero complessivo degli arrestati si dimostrò insufficiente rispetto alle richieste dei nazisti, fu necessario prelevare gli operai da almeno tre fabbriche per catturare chi era tornato in azienda dopo lo sciopero dei giorni precedenti. Una di queste fabbriche fu il Lanificio Campolmi, oggi sede del Museo del Tessuto, luogo simbolo scelto dal Consiglio Regionale della Toscana per celebrare il "Giorno della memoria 2006" in ricordo degli operai deportati. Da questo stabilimento furono deportati 14 operai: solo in due sopravvissero all'orrore del lager. Complessivamente furono 133 i lavoratori pratesi deportati dopo lo sciopero.
Centinaia e centinaia furono i fermati in tutta la Toscana e rinchiusi in luoghi di raccolta (spesso le caserme dei Carabinieri) dove avvennero prime selezioni. I restanti furono portati a Firenze in Piazza Santa Maria Novella, alle Scuole Leopoldine che fecero da centro di raccolta regionale. Qui si svolsero gli interrogatori da parte delle SS e anche qui alcuni fermati furono rilasciati grazie ad interventi vari. Ma la maggioranza, nel pomeriggio dell'8 marzo, fu portata alla Stazione ferroviaria di Santa Maria Novella, rinchiusa in carri bestiame sigillati e deportati verso il nord. Le donne, pur avendo partecipato in gran numero allo sciopero, in questo caso vennero escluse dalla deportazione.
Il convoglio, al quale a Fossoli e a Verona furono aggiunti altri vagoni con operai che avevano scioperato in Piemonte e in Lombardia, l'11 marzo arrivò a Mauthausen, una località austriaca che aveva ospitato un campo di prigionia già durante la prima guerra mondiale. Il KZ (abbreviazione dal tedesco Konzentrationslager) di Mauthausen, con i suoi 49 sottocampi, fu tra i peggiori dell'intero universo concentrazionario nazista, classificato dalle stesse SS di terzo livello, "per gli incorreggibili ".
Nel freddo della campagna tedesca, i deportati a piedi raggiunsero il recinto del lager collocato sulla collina. Furono sottoposti ai noti passaggi: immatricolazione, rasatura, disinfezione, doccia, trasferimento nella "quarantena", dove subirono angherie e torture. La maggioranza di loro fu poi trasferita, il 25 di marzo, al sottocampo di Ebensee, ancora in costruzione. Altri, invece, rimasero al campo principale di Mauthausen dove furono adibiti al lavoro-schiavo nella cava di pietra delle SS. Altri ancora finirono, per morirvi, nei campi di Gusen, Bad Goisern e Linz e al centro di "eutanasia" di Hartheim.
In seguito al decreto Nacht und Nebel (notte e nebbia) del 12 dicembre 1941 che obbligò a lasciare parenti, amici e conoscenti in patria all'oscuro della sorte dei deportati, anche molte famiglie a Prato attesero, invano, per mesi, il ritorno dei propri cari. Si è parlato poco della tragedia delle famiglie che oltre allo strazio per la perdita, di un figlio o un fratello e spesso, del capofamiglia, si trovarono senza il necessario sostentamento economico.
Oltre al massiccio numero di persone deportate l'8 marzo 1944, da Prato furono inviati nei KZ nazisti in varie circostanze anche altre persone, tra cui due ebrei, per un numero totale di 152. Solo 24 riuscirono a sopravvivere.
La deportazione degli "avversari del Reich" nei campi di concentramento (KZ)
L'arresto e la deportazione delle persone dopo lo sciopero generale del marzo '44 era motivato, come in altre occasioni, con la definizione Schutzhaft (arresto e detenzione dei sospetti a protezione "del popolo e dello stato"), un provvedimento messo in atto fin dal 1933 dalle autorità naziste per trasferire a scopo preventivo nei lager, sotto il controllo delle SS, i propri avversari - dapprima i connazionali - considerati pericolosi per la sicurezza del Reich.
Per gli occupanti nazisti, benché irritati per il crescente affermarsi di una resistenza anche civile in Italia, ogni occasione di repressione e pretesto di rappresaglia era utile per deportare in massa gli uomini e donne in grado di lavorare come schiavi a favore dell'industria bellica. Infatti, dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943 e la susseguente occupazione dell'Italia, anche l'ex alleato era visto come un enorme serbatoio di manodopera ed oltre ad intensificare anche qui la deportazione di ebrei per la "soluzione finale", si procedeva, con l'apporto essenziale del governo collaborazionista locale, a rastrellamenti spesso indiscriminati di uomini e di donne, identificati a torto o a ragione come "avversari del Reich". Per gli oltre 35.000 deportati italiani nei campi di concentramento e di sterminio, tra cui circa 8.600 ebrei, il tasso di mortalità fu in media di ca. il 70%.
Data ultimo aggiornamento 17/6/2009
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