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Breve introduzione sullo sciopero del marzo '44 e la deportazione politica da Prato

La Deportazione politica e lo sciopero generale del marzo 1944
a cura della dott.sa Camilla Brunelli

Decine di migliaia di cittadini italiani, uomini e donne arrestati dopo l'8 settembre 1943 per motivi politici e razziali, finirono nell'ingranaggio della macchina della morte delle SS naziste. Tra i deportati per motivi politici, molti furono arrestati dopo lo sciopero generale realizzato in tutta l'Italia occupata nel marzo 1944. L'arresto e la deportazione dei "politici" fu motivato sui documenti con la dizione Schutzhaft (custodia preventiva), appiglio "legale" escogitato dal nazismo per trasferire nei lager i propri avversari, le persone considerate pericolose per la sicurezza del Reich.
Lo sciopero generale del marzo 1944, di dimensioni impressionanti per le condizioni in cui si svolse in piena occupazione nazista, organizzato nell'Italia centro-settentrionale dal Comitato di Liberazione Nazionale, e quindi da tutti i partiti antifascisti, ebbe tra le sue finalità quelle di far cessare il trasferimento di mano d'opera per il lavoro coatto in Germania, opporsi allo sfruttamento degli impianti produttivi a favore dell'industria bellica del Terzo Reich e impedire lo smontaggio dei macchinari da parte dei tedeschi, iniziato in alcuni centri industriali. Ma l'obiettivo principale fu quello di contribuire in modo decisivo, attraverso un'opposizione sociale di massa, ad abbattere il nazifascismo. Le parole d'ordine furono: pane, pace, lavoro e libertà.
L'importanza di tale sciopero, già compreso da alcuni organi di stampa internazionali all'indomani del suo svolgersi, è ben riassunto in un articolo del New York Times del 9 marzo 1944: "In fatto di dimostrazioni di massa non è mai avvenuto nulla di simile nell'Europa occupata che possa somigliare alla rivolta degli operai italiani."
La repressione a seguito dello sciopero generale fu estremamente dura e venne resa possibile grazie all'apporto essenziale della milizia fascista. I rastrellamenti indiscriminati, provocarono l'arresto degli operai che avevano scioperato ma anche di coloro che non avevano niente a che fare con la protesta. Per gli occupanti nazisti, benché irritati per il crescente affermarsi di una resistenza civile in Italia, ogni occasione di repressione e pretesto di rappresaglia era utile per deportare in massa uomini e donne in grado di lavorare a favore dell'industria bellica. Infatti, dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943 e la conseguente occupazione dell'Italia, anche l'ex alleato era visto come un enorme serbatoio di manodopera. Pertanto, oltre ad intensificare anche qui la deportazione di ebrei per la "soluzione finale", si procedeva a rastrellamenti spesso indiscriminati di uomini e di donne, identificati come "avversari del Reich".
A Prato si scioperò ovunque nel vasto distretto tessile. L'astensione dal lavoro organizzata in modo capillare in collaborazione con i partigiani colse di sorpresa le autorità fasciste e tedesche per la sua compattezza.
Il giorno 7 marzo, sulle rovine di un violentissimo bombardamento alleato, cominciò la "caccia all'uomo". Passanti, sinistrati, curiosi, operai che tornavano o andavano a lavorare furono bloccati da squadre della milizia fascista affluite anche da altre località, coadiuvate dai Carabinieri inglobati nella Guardia Nazionale Repubblicana, e portati per raccolta al Castello dell'Imperatore, sede della GNR. La retata durò per tutto il pomeriggio e la sera del 7 marzo (le donne, pur avendo scioperato, non furono in questo caso deportate). La mattina dell'8, quando il numero totale si dimostrò del tutto insufficiente, fu necessario "visitare" alcune fabbriche per catturare chi era tornato in azienda essendosi astenuto dal lavoro nei giorni precedenti. Tra queste c'erano il lanificio Lucchesi e la rifinizione Campolmi, oggi sede della biblioteca Lazzerini e del Museo del Tessuto.
Le persone catturate a Prato furono trasferite alle Scuole Leopoldine di Firenze, centro di raccolta regionale dove erano state portate altre centinaia di rastrellati da tutta la Toscana. Alcuni furono rilasciati per interventi vari, ma la maggioranza nel pomeriggio del giorno 8 fu portata alla stazione di Santa Maria Novella, rinchiusa in carri bestiame sigillati e avviata verso la Germania. Il convoglio, strada facendo, agganciò a Fossoli e a Verona vetture provenienti da Torino e Milano con altri lavoratori arrestati e l'11 marzo arrivò a Mauthausen, una località austriaca già nota per aver ospitato un campo di prigionia durante la prima guerra mondiale. Il KL (abbreviazione dal tedesco Konzentrationslager) di Mauthausen in Austria (dal 1938 annessa al Reich Germanico), con i suoi 49 sottocampi, fu tra i peggiori dell'intero universo concentrazionario nazista, classificato dalle stesse SS di terzo livello, "per gli incorreggibili".
Nella neve alta, bastonati e scortati dalle SS, i deportati raggiunsero sulla collina il recinto del lager. Seguirono la solita trafila: immatricolazione, rasatura, disinfezione, doccia, trasferimento nella "quarantena", dove subirono umiliazioni e torture. Poi, intorno al 25 marzo, in maggioranza furono trasferiti al sottocampo di Ebensee, ancora in costruzione, mentre altri rimasero al campo madre di Mauthausen dove furono adibiti al lavoro-schiavo nella cava di pietra delle SS. Altri ancora finirono, per morirvi, nei campi di Gusen, Bad Goisern e Linz o al centro di "eutanasia" di Hartheim. Il decreto Nacht und Nebel (notte e nebbia) del 12 dicembre 1941 impose di lasciare parenti, amici e conoscenti in patria all'oscuro della sorte dei deportati. Molte famiglie a Prato, attesero invano, per mesi, il ritorno dei propri cari.
Oltre al massiccio numero di persone arrestate dopo lo sciopero generale del marzo 1944, da Prato furono inviati nei KL nazisti anche altri uomini deportati in circostanze diverse, per un numero totale di 152 persone. Solo 24 riuscirono a tornare.


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