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Ultima modifica 28/4/2009 16:34
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Nel Museo sono esposti vari strumenti da lavoro usati dai prigionieri per gli scavi nelle gallerie del lager di Ebensee.
Si vedono un oliatore-lubrificatore e una paletta di metallo. Quest'ultimo oggetto serviva, secondo quanto riferito dall'ex deportato Roberto Castellani, "per pulire i binari sporchi, per permettere il pssaggio dei vagoncini dentro le gallerie" del lager di Ebensee.
Se si faceva cadere delle gocce d'olio in terra, si riceveva tante bastonate dai kapo'. Qualche volta ti prendevano la testa, te la sbattevano in terra e te lo facevano leccare.
Roberto Castellani - testimonianza orale
(La paletta di metallo) serviva per pulire i binari sporchi, per permettere il passaggio dei vagoncini dentro le gallerie.
Roberto Castellani - testimonianza orale
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Ultima modifica 28/4/2009 16:28
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Nell'immagine si vede un tozzo martello di legno.
Questo strumento, secondo quanto riferito dall'ex deportato pratese Roberto Castellani, era stato realizzato dai prigionieri e serviva per battere la creta infilata a chiusura dei fori con i candelotti di dinamite.
Un piccolo martello di legno fatto dai deportati veniva usato per battere la creta infilata a chiusura dei fori con i candelotti di dinamite.
Roberto Castellani - testimonianza orale
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Ultima modifica 28/4/2009 16:26
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La fotografia ritrae la giacca, l'indumento che insieme al resto del vestiario e agli zoccoli veniva consegnato al deportato o alla deportata al suo arrivo nel campo di concentramento.
L'oggetto originale è conservato nel Museo. E' stato donato dall'ANED di Prato dal proprietario Enzo Peri, deportato ad Ebensee.
E poi...l'incontro con le prime squadre di prigionieri, vestiti a righe, bianche e blu, magri, scheletrici. Ci sembravano degli esseri di un altro mondo...
Augusto Cognasso da La vita offesa
Già era una vita estremamente dura a causa dell'inclemenza del clima, col tempo che variava sempre da pioggia a neve. I nostri miseri indumenti zebrati erano del tutto insufficienti in quel clima così rigido. Quella vecchia stoffa non riusciva più ad asciugarsi.
Emil Eugen M. da KZ ZEMENT Ebensee
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Ultima modifica 28/4/2009 16:17
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L'immagine ritrae un pezzo di filo spinato. Si tratta dello stesso filo spinato, anche elettrificato, che circondava il lager di Ebensee per impedire ogni possibilità di fuga.
In quei giorni si costruiva una nuova baracca e per portare nel campo il materiale non si passava dalla strada centrale: conveniva levare la corrente per un paio d'ore, tagliare i fili e portare fuori i tronchi di pino. Questo momento fu sfruttato dal comitato di resistenza all'interno del campo per far scappare due, e avevano scelto due italiani, Danilo Veronesi e me, per dimostrare a tutti che anche noi italiani eravamo antifascisti e che facevamo parte della resistenza interna. Avremmo trovato nascosti degli abiti civili ma alla fine ce n'era solo per uno, allora scappò Danilo che era un ragazzo straordinario: pensava sempre agli altri, li aiutava...chi cadeva in terra nella colonna di ritorno dal lavoro se lo caricava sulle spalle per riportarlo nel campo, senza guardare di che nazionalità era, se italiano, polacco o ebreo. Rimase fuori tre giorni ma poi fu ripreso: il 14 maggio lo fecero sbranare dai cani. Aveva diciassette anni, come me. Ecco, dico sempre, uno così non dovrebbe avere una medaglia al valore civile?
Roberto Castellani - testimonianza orale
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Ultima modifica 28/4/2009 16:08
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La foto ritrae una siringa in vetro di grandi dimensioni.
Siringhe come questa venivano usate dai medici nazisti per iniettare benzina nel cuore allo scopo di uccidere il prigioniero.
(Il medico del lager Dr. Jobst) comandò di uccidere dei singoli pazienti con iniezioni mortali (...). Il paziente che era condannato a morire in quel modo riceveva da uno dei capoblocchi o dai loro aiutanti un'iniezione di semplice petrolio nella zona cardiaca. Queste iniezioni solitamente si facevano di notte, così la vittima moriva senza troppi testimoni. Questo modo di uccidere i prigionieri tuttavia non era un segreto per nessuno, e tutti i pazienti temevano che prima o poi sarebbe toccato anche a loro.
Testimonianza da KZ ZEMENT Ebensee
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Ultima modifica 28/4/2009 15:58
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Al Museo è esposto anche un cavalletto in legno che veniva usato per punire i prigionieri.
Ha un piano superiore a forma di mezzaluna su cui doveva adagiarsi, con la pancia rivolta verso il basso, il deportato.
L'oggetto è una ricostruzione realizzata su iniziativa dell'ANED di Prato per la mostra del 1974.
Nell'immagine si vede inoltre un manganello di gomma che veniva usato per bastonare i prigionieri.
Tutte le domeniche impiaccagioni. Ma prima c'erano le punizioni: ti legavano su dei cavalletti e poi botte sul sedere; le prime, si sentiva urlare e poi non si sentiva più niente perchè si sveniva.
Ilvo Nicoletti da La speranza tradita
Ma la sanzione più frequente praticata dai capiblocco e capisquadra era la somministrazione di 25 legnate sul sedere che, anche quando non venivano addirittura raddoppiate, provocavano vaste lesioni destinate ad infettarsi per difetti di medicazione e perchè il corpo debilitato non aveva capacità reattive.
Franco Ferrante da La giubba a strisce
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Ultima modifica 28/4/2009 15:51
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Al Museo si trovano anche un paio di zoccoli autentici, indossati da un deportato.
La cosa più tragica furono le scarpe, che erano zoccoli di legno, ecco, fu lì l'adattamento. Uno non era più un uomo, non si reggeva ritto, bastava una spintina e cascava in terra, perchè non ci stava in quegli zoccoli..."
Aldo Moscati da La speranza tradita
A ogni passo, un po' di neve e di fango aderiscono alle nostre suole di legno, finchè si cammina instabili su due pesanti ammassi informi di cui non ci si riesce a liberare. (...) Ecco il perchè della strana andatura dell'esercito di larve che ogni sera rientra in parata.
Primo Levi da Se questo è un uomo